venerdì 28 luglio 2017

TONIGHT SHE COMES (2016) Matt Stuertz



Finalmente dopo una marea di cazzate riesco a vederne una che mi piace, anzi, mi sbilancio senza vergogna appioppandole il titolo di film dell'anno (anche se delle classifiche di solito non me ne frega un cazzo). Dunque, un improbabile postino deve consegnare una lettera ad una certa Kristy (0 chi per lei); giunto alla casetta sul lago, non trova nessuno e quindi si mette a dormire su un'amaca all'esterno. Nel frattempo arrivano anche due amiche della ragazza scomparsa, che poi tanto scomparsa non è visto che si aggira nuda per i boschi. Se vi sembra una puttanata col botto, ancora non avete visto niente perché con l'entrata in scena di una famiglia di bifolchi capitanati dalla bravissima Jenna McDonald il film di Stuertz si trasforma in un delirio a base di morti e riti malefici da amare incondizionatamente.

C'è sangue, molto sangue (anche mestruale, in una scena che entra di diritto e senza passare dal via nella mia top ten personale) e Stuertz possiede l'arroganza o l'incoscienza di non spiegare quasi nulla, lasciando che il film si scriva da solo senza impantanarsi nelle paludi della depressione di certo cinema horror insopportabile come "Spring" e "Dark Summer"; l'ironia c'è e si sente e i giovani protagonisti (molto brava la rossa Larissa White) ci sguazzano dentro come maiali nel trogolo, regalando al pubblico un "Fear and Loathing in the Cabin" da Medaglia al Valore, sfruttando al massimo unità di tempo, luogo e azione grazie alla fotografia di Chris Benson e agli effetti speciali a cura di Katherine Shae Spradley.

Tra "Shallow Ground", "Baby Blood" e certo cinema anni ottanta che in molti cercano di copiare senza comprenderlo, "Tonight She Comes" non fa sconti e va avanti per la sua strada sbattendosene allegramente le palle di plausibilità  e delicatezze da ragazzini problematici. Assegno al film del giovane Stuertz quattro stellette, "il distintivo e la macchina di Batman", più una menzione d'onore a Dal Nicole che se ne va in giro nuda e coperta di sangue per un'ora e venti. Blu-Ray qui. INTERPRETI: Larissa White, Jenna McDonald, Cameisha Cotton, Dal Nicole, Nathan Eswine, Adam Hartley, Frankie Ray, Brock Russell.




mercoledì 31 maggio 2017

CADDYSHACK (1980) Harold Ramis




Una vecchia recensione, troppo lunga e noiosa a dirla tutta, che ho ritrovato pubblicata da qualche parte nel web. Non mi ricordavo nemmeno di avere scritto tutte queste cazzate. La infilo pure da queste parti, a me "Palla da Golf" piace di brutto.

Cosa si può chiedere di più ad un film? Puro distillato di comicità targata "National Lampoon" in grado di sfoderare un trio di protagonisti impagabili quali Chevy Chase, Bill Murray e il grande Rodney Dangerfield, stand up comedian di assoluto valore, praticamente sconosciuto in Italia, che si inventa letteralmente sul campo il ritratto di un imprenditore edile arricchitosi con le speculazioni e pronto a fare il suo trionfale ingresso nella società che conta. "Si inventa" perché sul set di "Caddyshack" l'improvvisazione è all'ordine del giorno, tanto che Bill Murray non ha una sola battuta scritta nel copione, anzi, nei sei giorni in cui è richiesto sul set improvvisa il 90% del materiale su cui costruirà la figura cultuale di Carl Spackler, l'aiuto giardiniere ossessionato dalla talpa che sta distruggendo il green del Bushwood Country Club.

Dopo il successo di "Animal House" (1978) di John Landis, secondo le parole di Harold Ramis, sceneggiatore del film insieme a Brian Doyle-Murray e Douglas "Doug" Kenney, i produttori 'ci stavano letteralmente aspettando fuori dalla porta', pronti ad investire dollari e risorse su questi anarchici umoristi rivelatisi anche una fonte di sicuro successo al botteghino. Il primo a proporre un'offerta seria a Ramis e Kenney è Jon Peters, forte di un contatto con Mike Medavoy dell'Orion Pictures. Naturalmente ad una prima riunione di sceneggiatura per il nuovo progetto, Kenney se ne esce con una cosa come 'una fantasia acida buddhista da intendersi come parodia della spiritualità New Age', mentre Ramis si controlla proponendo 'una satira sociale sul Partito Nazista Americano in marcia su Skokie, Illinois'. I due produttori rimangono basiti. Fortunatamente a Kenney vengono in mente gli aneddoti dell'amico Brian Doyle Murray (fratello di Bill) sulle sue esperienze da caddie presso l'Indian Hill Club a Winnekta in Illinois, in cui cominciò a prestare servizio dall'età di 11 anni. Medavoy accetta e il contratto è pronto (una cosa ora impensabile nell'industria cinematografica statunitense); Ramis dirige, Kenney produce e Doyle-Murray viene accreditato in sceneggiatura e partecipa nel ruolo del Caddie Master.

Tutto bene. Ci vuole comunque una star che richiami il pubblico, ma è cosa che si risolve in un batter d'occhio. Chevy Chase, amico di Kenney, accetta con grande piacere il ruolo del playboy-campione-filosofo Ty Webb, che gli permette di portare sullo schermo quello che sa fare meglio, cioè Chevy Chase. Ma il botto Kenney e compagnia lo fanno quando si assicurano la presenza di Rodney Dangerfield (Jacob Cohen, 22 novembre 1921 - 5 ottobre 2004), grande comico di origine ebrea che cominciò la carriera sostituendo all'ultimo minuto un numero durante l'Ed Sullivan Show, diventando poi presenza fissa in "The Dean Martin Show" e nel "Tonight Show". Dangerfield è uno di quei comici la cui sola presenza fisica basterebbe a riempire lo schermo, poi comincia a parlare e diventa un fiume in piena di cazzate, insulti, parolacce sciorinate con una naturalezza ed una velocità che si rimane incollati allo schermo a fissarlo nonostante indossi degli abiti che fanno sanguinare gli occhi. Al Czervik è tutto questo e forse anche qualcosa in più, non a caso Oliver Stone ingaggiò il buon Dangerfield per il ruolo del padre di Juliette Lewis in "Natural Born Killers" in quel magnifico segmento in cui il film si trasforma in una sit-com debosciata. Originariamente previsto come ruolo secondario, Dangerfield davanti alla cinepresa è inarrestabile e Ramis si rende conto che è bene continuare a girare quando Rodney è in palla, specialmente durante la sequenza della cena presso il country club.

Stesso discorso per il prode Bill Murray, in preda ad una febbre recitativa che gli permette di trasformare il giardiniere Carl Spackler nel suo giardiniere, il giardiniere dei giardinieri, un pazzo drogato, ubriaco, forse pericoloso, con sogni di gloria su un'improbabile carriera da campione di golf, una sorta di reduce di guerra ammazzatalpe che brucerebbe volentieri tutto il campo da golf e i suoi soci. Donne escluse. Che dire poi della sequenza spettacolare in piscina, zenith della comicità dissacrante del gruppo di Kenney, con l'arrivo dei caddies che si buttano in acqua come se non l'avessero mai vista prima. Cazzari, sguaiati, irrispettosi. Ad un certo punto salta fuori un Baby Ruth, dolce al cioccolato dall'aspetto inequivocabile; per scherzo un giovane lo butta nella piscina gremita. Colonna sonora tratta da "Lo Squalo" e soggettiva del "corpo estraneo" che si fa strada tra i natanti. Chi lo nota per primo, naturalmente lo scambia per l'unica cosa per la quale potrebbe scambiarlo, un gran bel pezzo di merda  galleggiante depositato da qualche simpaticone. Segue diaspora con urla di panico e di terrore. Chi se non il prode giardiniere Carl Spackler verrà incaricato di ripulire la vasca? E così sia, ma quando il nostro raccatta il corpo del reato non può esimersi dall'annusarlo prima per poi addentarlo con grande soddisfazione. Il tutto davanti agli occhi orripilati del Giudice Elihu Smails (il vecchio Ted Knight di "Mary Tayler Moore").


Non certo materiale per gli amanti della comicità sofisticata, ma è proprio questo il tratto distintivo di un film come "Caddyshack", andare controcorrente e rivelare i vizi e le ipocrisie dell'American Way of Life, dipingendo un microcosmo come quello del Country Club in cui quotidianamente convivono meschinità, antipatie, invidie e rivalità, in particolar modo tra i ricchi tromboni capitanati dal giudice Smails e il gruppo di perdigiorno "con classe" rappresentati dal playboy Ty Webb. In mezzo il gruppo dei caddies, vera e propria categoria a parte, che vivono ai margini pur essendo parte integrante e fondamentale della vita del country club. C'è chi è più ambizioso di altri, il Danny Noonan portato sullo schermo dal bravo Michael O'Keefe, chi pensa solo al pelo (Scott Colomby as Tony D'Annunzio), chi solo alle scommesse (Brian Doyle-Murray, tra l'altro nel film partecipano altri due fratelli del clan Murray, John e Ed) e chi se ne frega allegramente di tutto, a parte le grazie generosamente esposte dalla nipote del giudice Lacey Underall (una notevole e biondocrinita Cindy Morgan).

La sceneggiatura di Kenney, Ramis e Doyle-Murray prevedeva una maggiore esposizione di O'Keefe, Knight e Colomby, letteralmente oscurati sul set dalle improvvisazioni di Chase, Dangerfield e Murray (i produttori chiesero espressamente di dare più spazio alla lotta tra l'uomo e la talpa), creando non pochi dissapori tra gli attori. Ramis (successivamente alla regia del capolavoro "Groundhog Day" sempre con Murray) non è mai rimasto soddisfatto del risultato finale, nonostante lo statuto cultuale acquistato nel corso dei decenni. Secondo il regista (al suo esordio) probabilmente alcune scene avrebbero potuto essere meglio concepite. Si, certo, anzi probabile, ma non ci si dimentichi del set "movimentato", tra fiumi di alcol e chili di cocaina, con Kenney e Chase a guidare le danze e improvvisazioni a go go, quasi come se il film si scrivesse da solo.

Girato per 11 settimane nell'autunno del 1979 presso il Rolling Hills Golf Club a Davie, Florida e per le scene della cena e del ballo on location al Boca Raton Hotel and Club a Boca Raton, Florida, "Caddyshack" raccoglie storie e personaggi in gran parte ispirati a persone realmente incontrate sui campi da gioco (la coppia di vecchi rincoglioniti, la camerierina interpretata dalla bella Sarah Holcombe, la squinzia di Pinto in "Animal House") anche la scena della piscina. In una produzione talmente "scombinata", le cose migliori saltano fuori per caso. La scena tra Chase e Murray viene decisa un giorno a pranzo con il regista, non essendo presente nello script originario (i due avevano duramente litigato durante una puntata del "Saturday Night Live" in cui Chase ritornava come ospite, Bill Murray aveva infatti preso il suo posto nella seconda stagione dello show sostituendolo di fatto); la scena che ha per protagonisti Cindy Morgan e Chevy nel priveé di quest'ultimo è quasi totalmente improvvisata, vedi la canzone alla tastiera e il momento in cui Chase massaggia la Morgan, visibilmente sorpresa dalla performance del collega; tutto il famoso monologo di Bill Murray "Cinderella story..." mentre colpisce i fiori nell'aiuola è farina del sacco dell'attore. La scena dell'esplosione finale fu girata senza il permesso dei proprietari del campo, convocati dalla produzione ad una fantomatica riunione "aziendale". Una volta partiti, la troupe fece detonare le cariche, che, guarda caso, attirarono l'attenzione di un pilota, il quale prontamente avvertì il Fort Lauderdale Airport pensando ad un incidente aereo.

Le scene con protagonista la talpa (in realtà una specie di marmotta) furono ultimate a riprese ormai finite, con la supervisione di Rusty Lemorande e la marionetta concepita da Jeff Burke, uno dei principali designer del Disney Park. La talpa rimase per diverse settimane nell'ufficio di Lemorande, con Kenney, Peters e Ramis a giocarci come ragazzini. In post produzione l'equipe di John Dykstra si occupò di tutti gli effetti speciali, comprendenti tutti i movimenti del pupazzo, nonché i tunnel in cui lo stesso fugge. Gli effetti sonori utilizzati per la talpa furono gli stessi impiegati per il telefilm "Flipper". Il pezzo portante della colonna sonora, ballato con gusto dalla talpa all'inizio e alla fine è "I'm All Right" del grande Kenny Loggins, ex della premiata ditta Loggins e Messina, avviato pure verso i trionfi di "Footloose" e "Top Gun".

Sembra che tutto vada liscio. Ma il rovescio della medaglia è proprio dietro l'angolo. Doug Kenney, il talentuoso umorista, il creatore del "National Lampoon", l'autore di "Animal House", si lancia in una pericolosa gara di resistenza con alcol e droghe. Già durante il montaggio della pellicola, la situazione sembra degenerare. Alla conferenza stampa che segue il primo screening del film, le reazioni non sono delle migliori. In più Kenney si presenta fatto e ubriaco, tanto da mandare tutti a fare in culo. Qualcuno suggerisce una vacanza anti-stress. Chevy Chase porta via l'amico, prima qualche settimana al Vic Braden's Tennis Camp e poi in direzione Hyatt Regency a Maui, Hawaii.
Dopo qualche tempo anche la fidanzata di Kenney, Kathryn Walker (poi si vedrà ne "I Vicini di Casa" di John G.Avildsen con John Belushi e Dan  Aykroyd) arriva alle Hawaii, ma le cose non sembrano andare molto bene. Chase deve ripartire, così come poco dopo pure la Walker. Kenney rimane solo. Chiama Brian Doyle Murray, sembra deluso e, soprattutto, si sente in colpa per l'ipotetico insuccesso del film (che insuccesso non sarà alla fine). Chiama la fidanzata, le dice che sarà di ritorno entro il Labor Day. Contatta anche l'amico Chevy Chase, chiedendogli di ritornare qualche giorno alle Hawaii. Fin qui, tutto bene. Tre giorni dopo l'attore riceve una chiamata che gli comunica che l'amico non si trova.

Non può che finire male. Il 31 agosto del 1980 il corpo senza vita di Douglas Kenney  viene ritrovato in fondo all'Hanapepe Lookout sull'isola di Kauai. Morto sul colpo. Pare che la morte risalga a tre giorni prima. Ha lasciato le scarpe sul ciglio del precipizio, il vecchio Doug, ammiccando ad uno scherzo di Chase che, sul balcone dell'albergo, piazzò i suoi stivali da cowboy, facendo finta di essersi buttato di sotto, lasciando come ricordo solo un paio di calzature. 'Questi giorni sono i più felici che io abbia mai ignorato', scrive Doug su un foglietto di carta ritrovato nella sua stanza d'albergo.

Un mese prima il 25 luglio 1980, "Caddyshack" era uscito sugli schermi statunitensi in 656 sale, incassando $3.100.000 durante il week-end d'apertura. Ne guadagnerà 39.846.344 complessivamente, non disdegnando di diventare pellicola di culto negli States e oltre, Italia esclusa ovviamente (in Danimarca, l'unico altro paese in cui effettivamente il film ebbe un grande successo, fu alleggerito di ben 20 minuti per mettere in risalto il ruolo di Bill Murray). Niente male per un filmetto di poco conto, quasi improvvisato e ideato da personaggi che festeggiavano una sera si e l'altra pure durante le riprese. Dopotutto Doug Kenney aveva studiato ad Harvard. Mica cazzi.

Consigliatissimo, come tutta l'opera di Douglas Kenney, ma che ve lo dico a fare. Ah, consigliati pure i film con Rodney Dangerfield, anzi "A Scuola con Papà" ("Back To School", 1986) di Alan Metter con Keith "Christine" Gordon e un giovanissimo Robert Downey Jr., prossimamente su questi schermi. Speriamo. Buona visione.



Douglas Kenney 10 dicembre 1946 - 27 agosto 1980
Rodney Dangerfield 22 novembre 1921 - 5 ottobre 2004

Originariamente pubblicato il 23 novembre 2011


venerdì 28 aprile 2017

NIGHT OF THE LIVING DEAD 3D (2006) Jeff Broadstreet



Certo che ne ha di coraggio il vecchio Broadstreet. Prendere così su due piedi un classico che più classico non si può e girarlo senza avere soldi e pure in 3D, eliminando il personaggio centrale del nero Ben, ivi sostituito da un giovinotto di belle speranza, non è cosa da tutti.

Ma non preoccupatevi, il Nostro la manda subito in vacca con una messa in scena da exploitation degna dei tempi d'oro dei drive-in: attori che parlano per buona parte del metraggio, trucchi non proprio entusiasmanti e il bel faccione di Sid Haig, come nei film di Jack Hill. Sembra che dai tempi di Al Adamson e Stu Segall sia passata a malapena una settimana. La bionda Brianna Brown interpreta il ruolo di Barb con un menefreghismo che è difficile trovare anche nei film di Fred Olen Ray. Cialtronissimo e con un 3D terzomondista, il film di Broadstreet (un recidivo, suo anche "Sexbomb"con Robert Quarry e Linnea Quigley) va avanti per la sua strada senza vergogna alcuna, per lo sdegno dei puristi e dei fans vilipesi da tanta audacia sacrilega.

A chi scrive Broadstreet sta quasi simpatico nella sua cialtroneria. C'è poco altro da aggiungere. Prendere o lasciare. Incredibilmente il filmetto è pure riuscito ad incassare qualche cosa, 1.553.837 $ su 750.000$ di budget. Quindi armatevi di occhialini ed alcolici e buona fortuna! Se siete già in astinenza, non dannatevi troppo l'anima, perché è uscito pure "NIGHT OF THE LIVING DEAD 3D: Re-ANIMATION"! Starring Andrew Divoff e Jeffrey Combs. Prossimamente su questi schermi! Salute e buona visione. C'è il DVD con gli occhialini in omaggio. INTERPRETI: Brianna Brown, Sid Haig, Joshua DesRoces, Greg Travis, Johanna Black, Alynia Phillips, Max Williams, Cristin Michele.

venerdì 31 marzo 2017

ALIEN ZONE/HOUSE OF THE DEAD (1978) Sharron Miller



Questo film episodico viene catalogato con l'ambiguo titolo "Alien Zone", cosa che appare piuttosto strana dato che di alieni non se ne vedono. Trattasi invece di un onesto e dimenticatissimo film antologico che scava nel solco tracciato dalla rinomata Amicus di Rosenberg e Subotski.

Talmudge (John Ericson) consuma una relazione fedifraga con una donna; una notte, sorpreso dalla pioggia, trova riparo in un edificio che scoprirà essere una "casa dei morti" gestita da un misterioso becchino (Ivor Francis) che comincia subito a raccontargli gli eventi per i quali si ritrova così fornito di clienti. Primo feretro: una zitella acida e rancorosa percepisce una presenza estranea nel suo appartamento; la minaccia invisibile si paleserà in un gruppo di bambini deformi venuti a riscattare il loro "dolcetto o scherzetto". Secondo feretro: un serial killer ama riprendersi con una cinepresa mentre strangola disponibili ospiti femminili. Terzo feretro: la sfida tra due ispettori di polizia si risolve con la morte violenta di entrambi. Quarto feretro: un uomo d'affari che disprezza i barboni si ritroverà, dopo un trattamento coercitivo e umiliante, a vagabondare per le strade come un ubriacone puzzolente. Il cerco si chiude. Il quinto feretro è , naturalmente, quello destinato a Talmudge che, fuggito dalla casa, viene ucciso in un vicolo a colpi di pistola. L'ambulanza che porta via il cadavere è occupata dal becchino cantastorie.



Niente per cui strapparsi i capelli, tuttavia il film di Miller ( regista poi attivo soprattutto in ambito televisivo, vedi "Grizzly Adams") si segue con grande piacere, quel piacere legato indissolubilmente al formato episodico mutuato dai fumetti EC che tanto si adatta al cinema horror. Quello antologico è un genere per molti versi bistrattato e sottovalutato a priori per diversi motivi, vuoi per la puerilità delle storie, la mancanza di una tensione continua tra i vari segmenti, il bozzettismo dei personaggi ma, tant'è, le valutazioni critiche su questo tipo di prodotti lasciano sempre il tempo che trovano. Dopotutto i film del terrore ad episodi chiedono agli spettatori solo di sospendere l'incredulità ogni venti o trenta minuti. Cosa non semplice o scontata.

Per questo è richiesta la presenza di un host che non ci faccia rimpiangere il prezzo del biglietto, e qui signore e signori, abbiamo pane e formaggio per i nostri denti: Mr. Ivor Francis è il becchino supremo, la cariatide delle tenebre, il caratterista per antonomasia delle serie tv americane. Attore magnifico e perfetto per la parte, presenza inquietante e molto poco rassicurante. Prodotto da Arthur "Art" Leonard, vecchia conoscenza del cinema "black" anni trenta (cose come "Sepia Cinderella" con la Judy Garland nera Sheila Guys, tanto per intenderci) sotto gli auspici della Myriad Cinema International Inc. con base in Oklahoma, la pellicola fu originariamente concepita con il titolo "Five Faces" poi cambiato in "Five Faces Of Terror" e successivamente in "Alien Zone", con il quale esordì il 14 novembre 1978 a Stillwater, Oklahoma solo per spianare la strada al più sobrio "House of the Dead", rimasto l'unico film prodotto dalla Myriad.



C'è anche il Burr DeBenning protagonista di mille produzione televisive e pure di "Spiaggia Rossa/Beach Red" (1967) di Cornel Wilde. Dvd della Reel Classic Films, NTSC, Region 1. Interpreti: John Ericson, Ivor Francis, Burr DeBenning, Judith Novgrod, Charles Aidman, Bernard Fox, Elizabeth MacRae, Richard Gates, Kathie Gibonney, Leslie Paxon.




lunedì 27 febbraio 2017

BILL PAXTON (1955-2017)




Con grande tristezza apprendo solo ora della morte del nostro/vostro Bill Paxton, grazie agli articoli di Aylmer e John Kenneth Muir. Il potere del cinema vuole che io mi senta in lutto manco avessi perso un amico di lunga data. Il che è paradossalmente vero, avendo ammirato il vecchio Bill al cinema mentre veniva spappolato da Arnold, più di trenta anni fa e poi in tutti i suoi film. I coccodrilli sono odiosi, ma non posso farci nulla, sono davvero molto dispiaciuto.


domenica 29 gennaio 2017

NIGHTMARES (1983) Joseph Sargent




I film del terrore ad episodi (i cosiddetti "omnibus") sono una mia grande passione. Una di quelle passioni che ti portano a vedere tutto quanto venga prodotto in questo ambito, tra alti e bassi e prodotti improponibili, ma con un "perché", senza stare a scomodare i grandi classici del genere, quindi "Dead of Night" e i film di Freddie Francis (tra gli altri). Recentemente ho avuto occasione di rivedere questo "Nightmares" di Joseph Sargent (grazie al Blu-ray Shout! Factory/Scream Factory), regista di una marea di film Tv ma anche di "Jaws-Revenge", che non rivedevo da molto, molto tempo.

La storia dei quattro episodi originariamente concepiti per la serie Tv "Darkroom", poi giudicati troppo "forti" per la televisione e impacchettati dalla Universal per una distribuzione cinematografica, dopo aver girato del materiale aggiuntivo è una cazzata; nel commento audio, il produttore esecutivo Andrew Mirisch spiega come l'autore/sceneggiatore Christopher Crowe avesse in realtà concepito l'intero progetto quale episodio pilota per una ipotetica serie antologica targata NBC destinata alla stagione televisiva 1983/84, poi rifiutato e dirottato dalla Universal per la distribuzione nelle sale. Bene. Quello che salta immediatamente all'occhio (oltre alla mancanza di una storia che faccia da cornice ai quattro episodi) è una confezione di tutto rispetto, con una splendida fotografia a cura di Gerald Perry Finnerman (i primi due episodi) e Mario DiLeo (terzo e quarto)  più un cast comprendente Lance Henriksen, Emilio Estevez, Veronica Cartwright, Richard Masur e la stupenda Cristina Raines (già protagonista del misconosciuto "Hex") e quando in un film starreggia Cristina Raines, non si può snobbarlo a prescindere. E' dunque con la bellissima Cristina che si aprono le danze; Chapter One: Terror in Topanga narra della gita notturna di una piacente mogliettina che proprio non ce la fa a restare senza sigarette. Quindi, nonostante gli ammonimenti del marito (Joe Lambie), esce per andare a comprarle. Peccato che nei dintorni si aggiri un temibile serial killer (Lee Ving) che ha già scannato un poliziotto. Ricorda molto l'incipit di "Urban Legend" di Jamie Blanks (1998) e il primo episodio di "Body Bags" di Carpenter-Hooper, con l'ambientazione alla pompa di benzina. Un episodio dignitoso, senza guizzi ma nemmeno soporifero nobilitato pure dalla presenza di William Sanderson e Anthony James.



Emilio Estevez è protagonista del secondo capitolo, ovvero "The Bishop of Battle" in cui interpreta un giovane amante di video games completamente schiavo della sua passione. Suo unico scopo nella vita è infatti quello di completare tutti i livelli di un gioco antesignano dei così chiamati "sparatutto", "The Bishop of Battle" appunto (che parla con la voce di James Tolkan), tanto da entrare abusivamente, di notte, nella sala giochi per realizzare il suo proposito. Naturalmente si ritroverà a dover combattere realmente con i nemici elettronici che saltano fuori dall'apparecchio. L'episodio più costoso del lotto, che si avvalse delle animazioni stile "Tron" generate tramite ACS1200, divertente ed esploitativo, con la musica dei Fear in sottofondo e la partecipazione di Moon Zappa.



L'episodio "The Benediction" può sfoggiare un'intensa interpretazione del grande Lance Henriksen, nel ruolo di un prete in crisi con la fede, inseguito e minacciato da un Chevy 4x4 che sembra provenire dritto dritto dagli inferi. Fortemente derivativo e di conseguenza vittima di una pesante sensazione di déjà vu (è praticamente un remake di "Duel", con un ottimo inizio), si salva proprio grazie alla sofferta maschera di Henriksen e ad un finale cupo e ambiguo, servito con grande professionalità dal bravo Sargent, uno con un'esperienza che molti non vedono neanche con il binocolo ("The Taking of Pelham 123").



L'episodio finale, "Night of the Rat" (l'unico scritto da Jeffrey Bloom), è come da copione il più orrorifico e delirante dell'opera, e narra delle disavventure della famiglia Houston (Richard Masur, Veronica Cartwright e Bridgette Andersen) alle prese con un gigantesco ratto che reclama vendetta per la prole uccisa senza pietà. Naturalmente il pensiero galoppa in direzione "Of Unknow Origin/Di Origine Sconosciuta" (1983) di George Pan Cosmatos, molto bello, in cui Peter Weller affrontava da solo un terribile ratto, solo che qui il tutto si mischia al "gigantismo" di Bert I. Gordon, ricalcando gli effetti del famoso "Food of The God/Il Cibo degli Dei" (1976), con ratto-vitello impazzito per il dolore che grida come una banshee. Finale cupo e triste, nonostante il delirio assoluto, e atmosfera e plot più o meno simile al segmento finale de "L'Occhio del Gatto/Cat's Eye" (1985) di Lewis Teague, scritto da King e prodotto da De Laurentiis, con tutte le cautele del caso, senza contare la gradita partecipazione del vecchio Albert Hague ("Saranno Famosi") nel ruolo del mite disinfestatore Mel Keefer.



 Il film portò a casa 6.670.680$, ma secondo Mirisch i 9.000.000$ di budget  riportati dalle fonti ufficiali rientrano nel territorio delle cazzate, per cui il film (tenuto conto delle vendite TV e Home Video) non fu quell'insuccesso clamoroso di cui si va parlando da una vita. Senza essere un capolavoro imprescindibile, "Nightmares" mantiene tutte le promesse e offre 90 minuti di puro intrattenimento, giocando facilmente (almeno oggi) con il fattore nostalgia soprattutto con il secondo episodio, un vero e proprio tuffo (di pancia) in quei luoghi pieni di luci, colori, fumo, volti, cazzate, piccole prepotenze che rispondevano alla definizione di sale giochi. Il Dvd Anchor Bay del 1999 è fuori catalogo per cui il  Blu-ray ShoutFactory è altamente consigliato, presentando un ottimo transfer e la possibilità di scegliere tra il formato 1.33 e 1.78:1, mica bruscolini. Pochi extra, anzi quasi nulla, ma possiamo accontentarci. INTERPRETI: Cristina Raines, Emilio Estevez, Lance Henriksen, Richard Masur, Veronica Cartwright, Louis Giambalvo, Mariclare Costello, Billy Jayne, Lee Ving, Tony Plana, Joe Lambie, William Jordan.

sabato 14 gennaio 2017

A COLD NIGHT'S DEATH (1973) Jerrold Freedman



Bellissimo Tv Movie trasmesso da ABC il 30 gennaio 1973. Questa volta l'entusiasmo è giustificato perché la caratura dell'opera di Freedman (uno che ha diretto una valanga di film televisivi ma pure "L'Uomo del Confine/Borderline" [1980] con Charles Bronson) è veramente molto alta.

Eli Wallach e Robert Culp, scienziati alle dipendenze della NASA, vengono spediti via elicottero presso la Tower Mountain Research Station, centro di ricerca soffocato dalla neve e dal gelo, per fare luce sui comportamenti a dir poco sospetti del collega preposto allo studio delle reazioni dei primati sottoposti a isolamento in vista di un progetto aerospaziale. C'è poco da indagare poiché lo trovano morto assiderato. Decidono quindi di restare alla stazione per occuparsi delle scimmie, lasciate senza acqua né cibo, e per continuare le ricerche. Solo che c'è qualche cosa che non va. L'atmosfera è tesa, le scimmie si comportano in modo strano, sembra che i due non siano soli. Robert Jones (un grande Robert Culp, che non ha assolutamente bisogno di presentazioni) è quello che sembra sentire maggiormente l'isolamento e la presenza di una minaccia invisibile ma palpabile, mentre il collega Frank Enari (un Eli Wallach veramente in gran spolvero) più pragmatico e deciso, è convinto che l'uomo si stia facendo suggestionare da quanto successo al precedente ricercatore.



Due attori, due stanze, le scimmie, la neve, poco più di un ora di film e Freedman consegna ai posteri un'opera tanto semplice quanto terrorizzante. Ma terrorizzante nel senso "classico" del termine. Nel senso che siamo dalle parti di un "film del terrore" (lasciamo a casa per una volta l'ormai abusatissimo "perturbante" che mi ha davvero rotto i cojoni) che fa paura. Roba che se lo guardi di notte, ti viene da guardarti dietro le spalle. Esagero, probabilmente. Ma mica tanto, perché Freedman e lo sceneggiatore Christopher Knopf riescono a toccare corde lovecraftiane che molti altri addetti ai lavori non hanno mai nemmeno sfiorato. Merito dei due magnifici protagonisti e di un'atmosfera paranoica e allucinata (esasperata pure dalla fotografia di Leonard J. South e dalla colonna sonora dissonante di Gil Melle) che non abbandonano lo spettatore fino alla fine della vicenda. Che non sveliamo. A chi ha apprezzato le opere di Howard Hawks e John Carpenter credo che il film piacerà. Chi considera i film dei seventies come "roba vecchia" è molto meglio che si astenga.


Consigliatissimo. Girano solo dei bootleg derivanti dai passaggi televisivi, ma potete vedervelo qua sotto, oppure procurarvi la novelization a cura di Barbara Harrison. David Berlatsky, responsabile del montaggio di questo e altri mille titoli, è anche il regista del cultuale "The Farmer". INTERPRETI: Eli Wallach, Robert Culp, Michael C. Gwynne.

mercoledì 11 gennaio 2017

FLESH GORDON MEETS THE COSMIC CHEERLEADERS (1990) Howard Ziehm



Tardo seguito del celebre "Flesh Gordon - Andata e Ritorno dal Pianeta Porno" (1974) girato dal solo Ziehm, orfano di Michael Benveniste, scomparso nel 1982.

Inutile fare voli pindarici di fantasia per trovare qualità o grandezze nascoste nel film de/genere di Ziehm. Rispetto all'illustre prototipo, "Cosmic Cheerleaders" è una pellicola cialtrona e ignorante. Spassosa a tratti, sicuramente. Ma opera soprattutto fuori tempo massimo. Dal 1974 sul genere si è detto, scritto e fatto tutto e il contrario di tutto. Già nella decade che diede vita alla Golden Age of Porn, capolavori come "Invasion of the Love Drones" (1977) di Jerome Haimlin e "The Satisfiers of Alpha Blue" (1980) di Gerard Damiano avevano coniugato in modo geniale il porno con la fantascienza, resettando di fatto tutto quello che si era girato, timidamente vista l'epoca, nei cinquanta e nei sessanta (un nome su tutti "Invasion of The Star Creatures" di Bruno VeSota del 1962 con Gloria Victor). Per non parlare di opere strepitose e realmente innovative come "Ultra Flesh" (1980) della specialista Svetlana Marsh con Seka, Lisa De Leeuwe e Jaime Gillis nel ruolo di Fidel Castro, o "Night Dreams" (1981) di Rinse Dream aka Stephen Sayadian.

Comincia con l'astronave-pene del primo episodio questo "Cosmic Cheerleaders", introducendo un Flesh Gordon in piena forma fisica  schiantatosi su pianeta dove comincia subito a battagliare con un mostro verde animato a passo uno che sembra non disdegnare il parterre femminile presente sulla navetta. Ma è tutta una farsa, poiché ci si trova su un set cinematografico dal quale il buon Flesh verrà allontanato, per essere subito rapito dalle Cosmic Cheerleaders (che sono solo in quattro) le quali hanno urgente bisogno di uno stallone terrestre perché, sul pianeta natale, una misteriosa "Evil Presence" ha scagliato un raggio cosmico che ha reso, di fatto, tutti gli uomini impotenti. Accorrono in suo aiuto la solita Dale Ardor e il Dr. Jerkoff, "Scienziato delle tette". Con simili premesse, si capisce subito in quali lidi la pellicola andrà a parare. Nudi non integrali, comicità pecoreccia, effetti speciali volenterosi, rendono questo prodotto assimilabile ad una Tromata in piena regola e, d'altro canto, sono proprio questi gli anni in cui l'impresa di Kaufman&Herz ottiene il successo mondiale, prima con il capostipite della serie "The Toxic Avenger" (1985) poi con altre uscite similari spiananti la strada a capolavori come "A Nymphoid Barbarian in Dinosaur Hell" (1991) e "L'Effetto Notte" di Loyd Kaufman ovvero "Terror Firmer" (1999).

Da rimarcare alcune trovate di Ziehm, a cui la scomparsa del socio ha fatto più male che bene, degne di una citazione, almeno per gli amanti di questa comicità sguaiata. La prima visione di questo filmetto fu, per chi scrive e sicuramente per altri, piuttosto deludente, tuttavia impossibile non fare cenno alla pisciata liberatoria di King Kong, che guarda soddisfatto in camera mentre si scarica sull'astronave "mammellare" di Jerkoff, o il passaggio della stessa tra un gruppo di asteroidi dalla forma inequivocabile che bombardano di peti Dale Ardor e il Dottore, il quale riuscirà a far fronte alla situazione da par suo, tappando letteralmente, e qui mi si perdoni il francesismo, "il bucio" con il lancio di tappi giganti. Comicità intestinale che pare andare a genio a Ziehm che, se nel primo episodio faceva nuotare i protagonisti in uno scarico fognario, qui alza il tiro e li piazza direttamente in un gigantesco intestino dove assistono ad un party organizzato da, vedere per credere, una famiglia di... non so, Crapmen può andare bene? Con tanto di band Pop-Soul e sturacessi come microfoni.

Delirio assoluto. Tra scenografie di cartone, matte paintings non proprio eccellenti, peni giganti in stop-motion e qualche petto siliconato, il gradiente erotico rimane piuttosto basso, affidandosi solo a qualche risibile e demenziale scena di sesso, quella di Flesh con la Queen Frigid (Maureen Webb, carriera sterminata come casting director in cinema e televisione) e a qualche prurito S&M di poco conto. Molto strano, vista l'attitudine hard del suo autore, socio di William Osco nella fondazione della Graffiti negli anni settanta, autore pure di gemme quali "Star Virgin" (1980) e "Naughty Network" (1981) con lo pseudo di Linus Gator. Evidentemente il buon Ziehm sperava di raccogliere una fetta di pubblico più ampia, preferendo sfornare un prodotto spurio come quello in questione, invece di un hard vero e proprio, che rimane ad oggi il suo ultimo cimento registico.



Per quanto riguarda il reparto attoriale, ci si è affidati ad un gruppo di attori non proprio conosciuti, con Vince Murdocco nei panni di Flesh, ex-campione di kickboxing, il Murdocco, poi protagonista di diversi film action come co-star di Don "The Dragon" Wilson e Cynthia Rothrock, vedi "Giustizia bionda" ("Sworn to Justice", 1996) di Paul Maslàk, e anche "Kickboxer 2" del "maestro" Pyun. Classico belloccio biondocrinito, Vince, che è tutt'oggi in attività, si spupazza la bella Robyn Kelly, nel ruolo che fu di Suzanne Fields, purtroppo unico ruolo di un certo rilievo in una carriera avara di successi, mentre il Dottor Jerkoff è interpretato da Tony Travis, attore, musicista e voce per diversi spot pubblicitari radiofonici. Ritorna come guest star William Dennis Hunt, il "Wang The Perverted" del primo episodio. Tutta quanta l'attenzione è però rubata dalla splendida biondona Morgan Fox, qui nei pochi panni di Robunda Hooters, la capoccia delle cheerleaders, canadese classe 1970, ex-Miss Canada e presenza imponente, in tutti i sensi, seminuda per tutto il metraggio, è l'unica che riesce a risvegliare la libido di Flesh Gordon, con l'esposizione del suo giunonico seno, uno dei punti più alti della pellicola. Unico film della Fox, questo di Ziehm (purtroppo) è però possibile ammirarla come Playmate del dicembre 1990 e in diversi video della collection Playboy dal 1991 al 2002. Basta così. Compare nei credits Michael Bafaro, futuro regista di "11:11" e "The Barber" con Malcolm McDowell. E va beh, accontentiamoci. La scritta a effige dell'ultima immagine  del film, promette o minaccia un'altra avventura che, peccato, non verrà mai girata. Dvd quiINTERPRETI: Vince Murdocco, Morgan Fox, Robyn Kelly, Tony Travis, William Dennis Hunt, Stevie-Lyn Ray, Blaire Kashino, Sharon Rowley, Melissa Mounds.

Originariamente pubblicato il 24 luglio 2011.



sabato 31 dicembre 2016

HAPPY NEW YEAR WITH ANNIE SPRINKLE


Passa un altro anno e ultimamente sono un po' latitante, ma meglio un trombone in meno che uno in più a sparare cazzate. Comunque avevo già pronto questo cazzo di post di fine 2016 a base di porno chic come i vecchi gloriosi (si, vabbè) tempi in cui in preda ai fumi dell'alcol parlavo solo di porno anni settanta e ottanta. Entrando ufficialmente nel settimo anno di programmazione mi sembrava giusto riproporre una buona dose di hard dei tempi andati, così per la felicità di grandi e vecchi.

Quindi, occhio. Materiale esplicito. Ho inserito il banner di blogger per i contenuti, così siamo in regola. Più o meno.

Apre le danze la nostra vecchia amica Annie Sprinkle che ci spiega perché "Deep Inside Annie Sprinkle" farebbe un figurone durante l'ora di educazione sessuale.

Auguri a tutti. Soprattutto ad Annie.


venerdì 18 novembre 2016

THEY DON'T CUT THE GRASS ANYMORE (1985) Nathan Schiff



L'avevo visto parecchi anni fa, questo "They Don't Cut The Grass Anymore". L'ho rivisto solo perché mi è capitato di ritrovare (per puro caso) il dvd Image Entertainment del 2004 e devo dire che è stato come ricevere un colpo in testa. Nel senso che mi è venuta un'emicrania mica da ridere, quasi come se Abel Ferrara mi stesse trapanando il cervello in stile "The Driller Killer". 

Nathan Schiff è noto nel circolo degli appassionati di chincaglierie anni ottanta tramite i suoi film no budget girati in Super 8 con quell'arroganza che hanno solo i giovani filmmakers senza soldi, cosa che non gli ha di certo impedito di girare una ventina di corti prima di compiere i sedici anni. Io tendo a preferire "Weasels Rip My Flesh" (1979) il suo primo lungometraggio incentrato su un branco di donnole mutanti, una cosa che puzza di Serie Z anche senza raccontare la trama con dovizia di particolari, e in misura minore "Long Island Cannibal Massacre" (1980), anche se temo che "They Don't Cut..." sia il suo film più "famoso" e apprezzato.

La storia dei due rednecks che massacrano yuppies come se non ci fosse un domani, potrebbe sembrare un semplice clone della febbre slasher allora imperante, ma ad una più attenta visione possiamo chiaramente notare come Schiff tenti di destrutturare il genere sconfinando nei territori del dadaismo più destabilizzante. Si, vabbè, vi sto raccontando un sacco de fregnacce, il film di Schiff non è di certo privo di un suo personalissimo fascino, ma lungi dall'essere quel capolavoro di cui si va parlando. Il problema principale è che la violenza che dovrebbe essere disturbante risulta alla fine una semplice provocazione che più che indignare, rompe i coglioni. Il punto di partenza è di certo il cinema osceno di H.G. Lewis, ma laddove l'exploitation pura risulta comunque uno spettacolo godibile pur nella rozzezza (o cialtroneria) della confezione, il cinema "povero" di "They Don't Cut..." azzera ogni possibilità di catturare lo spettatore con una messa in scena emicranica e sgradevole, non priva di sterzate nel delirio assoluto. Può partire il filmato:






Follia, demenza, tortura, omicidio. I due bifolchi vanno anche al cinema a vedere una sorta di blaxploitation debosciata e si lamentano perché il film è un insulto all'intelligenza dello spettatore. Tutto molto meta (anche decisamente avanti sui tempi, senza esagerare) ma non ce la faccio proprio. E dire che le cazzate su pellicola mi mettono sempre di buon umore; questo proprio no. Per alcuni è sintomo di genialità e Schiff non si fa nemmeno mancare un aggancio kubrikiano con il finale che vede i protagonisti (John Shimula, sodale del regista e Adam Berke, che sostituiva l'aficionado Fred Borges) rientrare nella società direttamente come yuppies. Dvd qui. Interpreti: John Shimula, Adam Berke, Mary Spadaro, Matt Zagon, Leanna Mangiarano, Maura Del Vecchio, Lynn Campagna.