AN AMERICAN WEREWOLF IN LONDON (1981)






Lo script di "Un Lupo Mannaro Americano a Londra" nasce originariamente nel 1969 durante le riprese de "I Guerrieri" ("Kelly's Heroes", 1970) di Brian G. Hutton con Clint Eastwood, Telly Savalas, Donald Sutherland, Harry Dean Stanton, Carroll O'Connor e Don Rickles; in mezzo a questi giganti si muove un giovane Landis, assistente di produzione e comparsa non accreditata che, nella Yugoslavia di fine anni sessanta, location del film,  si imbatte in una stramba cerimonia funebre sulla strada che da Umago porta a Novi Sad. Protagonisti sono un gruppo di zingari in procinto di seppellire un compagno. Si, solo che il "funerale" risulta insolito agli occhi dell'allora diciannovenne di Chicago. Il corpo è avvolto in un telo. Ci sono rosari e ghirlande d'aglio. Ma soprattutto, il corpo viene sepolto "in piedi", calato in un buco stretto che non assomiglia per niente ad una tomba. Sasha, l'autista a disposizione della troupe, spiega (sbellicandosi dalle risate) agli "americani" che si tratta di un rito funebre effettuato per impedire al morto di "ritornare". Inutile dire che la fantasia del giovane Landis comincia a galoppare alla grande.


Già sul set di "Schlock" nel 1971, Landis e Rick Baker, artefice del costume scimmiesco indossato dallo stesso Landis nel film, iniziano a parlare del progetto che si concretizzerà solo molti anni dopo. Lo scopo è quello di attualizzare un classico del cinema horror come "The Wolf Man" (1941) scritto da Curt Siodmak e prodotto e diretto da George Wagner con Creighton Tull "Lon" Chaney jr., nel ruolo del licantropo Larry Talbot. La sceneggiatura non trova terreno fertile per la realizzazione durante gli anni settanta, tuttavia con l'avvento degli eighties, si respira un'aria di rinnovamento e il vecchio Landis, forte del successo di "Animal House" e "The Blues Brothers" ottiene carta bianca per portare sullo schermo una versione riveduta e corretta dell'archetipo licantropesco.


Il regista è categorico nel precisare che il film non è una commedia. Anzi, è un horror nel senso classico del genere. Se la storia è più o meno sempre la stessa, è il modo di raccontarla al pubblico che decreta l'unicità e la genialità di un film come "An American Werewolf in London". Ancora oggi. Dopo anni e anni di visioni. "Semplicemente", Landis prende la figura del lupo mannaro, la spoglia da ogni connotazione tragica e mitica per restituire allo spettatore un personaggio confuso, solo, financo patetico che non può far altro che morire in mezzo alla spazzatura. Una visione feroce, sarcastica, acida dell'amore, dell'amicizia e dei rapporti familiari. Già dall'incipit si capisce che non ci sarà salvezza per i due americani David Kessler e Jack Goodman dispersi in terra "straniera", ostile, il villaggio prima (la locanda "The Slaughtered Lamb", ovvero l'agnello macellato) e la Londra grigia e inospitale in cui si muove il solo David, poi. 

Il plot è semplice. Lupo mannaro aggredisce due ragazzi nella brughiera. Ne uccide uno e ferisce l'altro. Come da copione quest'ultimo è condannato a ereditare la maledizione licantropica. Per dare pace alle sue vittime dovrà ovviamente morire. In mezzo l'idillio tra il giovane e la bella infermiera Alex Price (Jenny Agutter). Landis non rinuncia all'ironia, profusa a piene mani (vedi la coppia di investigatori di Scotland Yard, Don McKillop e Paul Kember) ma non rinuncia nemmeno al lato prettamente orrorifico, regalando al pubblico sequenze tra le più riuscite e indimenticabili degli ultimi trent'anni di cinema horror e non; i sogni premonitori di David in ospedale con il giovane che squarta i cervi a mani nude, fino al bellissimo segmento onirico in cui i lupi mannari in divisa da SS irrompono nella casa dei "rifugiati ebrei" in terra americana, e massacrano donne e bambini a colpi di mitra.

Non si tratta di una facile parodia, di uno "spoof" in stile Abbot e Costello o, per adeguarsi ai tempi, in stile Zucker-Abrahams-Zucker; Landis si muove in territorio ibrido ma non ha cedimenti di sorta, anzi, la cura con cui costruisce e realizza le sequenze horror è testimonianza di una padronanza dei topoi del genere straordinaria. Se le scene di attacco sono giocate sul classico climax/anti-climax, sempre filtrate da una sottile patina ironica, è nella trasformazione che regista ed effettista, il già citato e grandissimo Rick Baker, vanno "oltre", superano il limite di ciò che è/era possibile mostrare su pellicola. Senza effetti fotografici o di montaggio stile "Werewolf of London" (1935) di Stuart Walker con Henry Hull o dello stesso "The Wolf Man", la metamorfosi viene ripresa "in diretta", con gli arti che si allungano, la colonna vertebrale che si inarca, il volto che si deforma, il pelo che si fa via via più folto. Il tutto con "Blue Moon" in sottofondo e con urla terribili, disumane, di dolore. Si, perchè Landis intuisce che il mutare conformazione ossea debba necessariamente provocare un male insopportabile. Un licantropo a quattro zampe, lontanissimo dall'iconografia classica che è e deve essere bestia sanguinaria, senza alcuna sembianza umanoide.


Una visione d'insieme che prende l'originale bianco e nero Universal, lo sbatte contro un muro, lo manipola come argilla e lo restituisce come moderno prodotto di consumo. Ma non ipocrita. Se nell'originale era il padre di Larry Talbot/Chaney a uccidere il figlio, liberandolo dalla maledizione, nella versione landisiana non vi è spazio alcuno per i buoni sentimenti. Il lupo mannaro, costretto a mutare forma all'interno di un cinema porno (il film nel film "See You Next Wednesday" titolo infilato da Landis in quasi tutti i suoi lavori), braccato dal suo amico Jack (Griffin Dunne, fratello della povera Dominique, beffardo messaggero della morte in via di disfacimento organico, con make-up strepitoso del solito Baker) non può fare altro che fuggire da Piccadilly Circus, rifugiarsi in un vicolo lercio e farsi ammazzare dalla polizia davanti alla sua amata Alex.

Landis cominciò a girare all'inizio del 1981 con un piano di lavorazione di nove settimane. Il film nacque sotto gli auspici della Lycanthrope Films Ltd. di proprietà dello stesso regista. Le riprese si concentrarono all'inizio nel Galles centrale, per gli esterni dell'incipit, per poi spostarsi nel villaggio gallese Crickadarn, composto da sei case ed una fattoria.Non possedendo nessun pub, si pensò bene di utilizzare un cottage in disuso per allestire "L'Agnello macellato". Operazione risultata così convincente da richiamare l'attenzione di tre turisti.

Landis dichiarò: "Decisi di proposito di girare in Inghilterra nei mesi di febbraio e marzo, per essere sicuro di trovare un tempo veramente pessimo". Naturalmente non andò proprio così. "In quanti film avete lavorato dove avete dovuto aspettare il brutto tempo?".

Durante le riprese fu ufficializzato il fidanzamento tra il principe Carlo e Diana Spencer. Landis pensò bene di girare di notte nel parco della residenza estiva della famiglia reale, nientemeno che il castello di Windsor. La metropolitana di Tottenham Court Road fu invece teatro della splendida sequenza d'inseguimento ai danni di Gerald Bringley (Michael Carter).

I protagonisti principali, David Naughton e Griffin Dunne, furono scritturati ben dieci mesi prima dell'effettivo inizio delle riprese, per permettere a Rick Baker di lavorare con un certo margine di tempo sui calchi dei loro corpi. Negli extra del Dvd Universal è presente un bel documentario in cui Baker e il suo assistente Craig Reardon (gran talento del make-up, autore poi degli effetti di "Poltergeist")  prendono il calco del braccio di Naughton, che rimane quasi "incastrato" nell'alginato usato per la procedura.


La sequenza della trasformazione richiese una settimana di riprese. Si girava, per volere di Landis, con una luce forte che non permetteva sbagli di ogni sorta. La ripresa del "volto che si allunga" fu girata in pochi secondi, nonostante i lunghi mesi di preparazione che servirono a Baker. Quando il risultato fu proiettato, l'effettista capì di aver creato un nuovo modo di intendere il make-up, tanto che vinse l'Oscar per questa nuova rivoluzionaria categoria, al contrario del collega Rob Bottin, già autore delle trasformazioni per "L'Ululato" ("The Howling", 1980) di Joe Dante, che per lo straordinario lavoro su "La Cosa" carpenteriana non fu preso in considerazione dall'Academy. Il lupo viene mostrato quasi sempre "a metà" per impedire alla macchina da presa di riprendere il tecnico che muoveva le zampe anteriori della bestia. Landis ammise di aver mostrato "troppo" il lupo nelle scene finali, giustificandosi con il fatto di essersi "innamorato" della creazione di Baker.

La versione finale del cadavere di Jack/Griffin Dunne era in realtà una marionetta mossa e doppiata dallo stesso attore con l'ausilio di altri cinque tecnici.

La scena in Piccadilly Circus fu girata dopo aver ottenuto i permessi dall'amministrazione locale che all'inizio non volle sapere ragioni. Si girò di notte, per due nottate consecutive con l'ausilio di sette macchine da presa, tre posizionate in punti sopraelevati e quattro a livello stradale. Lo stesso Landis comparve come stuntman, l'uomo investito dall'automobile che colpisce e infrange una vetrata.

David Naughton, il protagonista principale, scelto Landis dopo averlo visto in uno spot della bevanda "Dr. Pepper", continuò una dignitosa carriera sia in ambito cinematografico che televisivo, partecipando pure a cult (più o meno) come "Hot-Dog-The Movie" (1984) di Peter Markle fino a produzione horror di super Serie B come "I Gusti del Terrore" ("Ice Cream Man", 1995) di Paul Norman con il mitico Clint Howard, fratello di Ron, e "The Sleeping Car" (1990) di Douglas Curtis, assurdo ma godibile con cameo dell'effettista John Carl Buechler.

Compare in un cameo come ambasciatore degli Stati Uniti, Frank Oz (Richard Frank Oznowicz), voce di Miss Piggy dei Muppets e di Yoda nonchè futuro regista di "Dark Crystal" (1982) e "Due figli di.." ("Dirty Rotten Scoundrels", 1988) con Steve Martin e Michael Caine.

I protagonisti del porno "See Yoy Next Wednesday" sono: Linzi Drew, Lucien Morgan, Gypsy Dave Cooper e Susan Spencer.

Make-up department: Rick Baker, Elaine Baker, Doug Beswick, Kevin Brennan, Robin Grantham, Tom Hester, il grande Steve Johnson, Beryl Lerman, Shawn McEnroe, Joseph Ross, Bill Sturgeon e Craig Reardon

Il film conobbe un seguito nel 1997, "An American Werewolf in Paris" diretto da Anthony Waller, regista dell'interessante "Mute Witness", con Tom Everett Scott, Julie Delpy, Julie Bowen e Pierre Cosso (?). Meno male che c'è la Delpy, ma questa è un'altra storia.

Colonna sonora strepitosa con:


"Blue Moon"
Performed by Bobby Vinton
Courtesy of Columbia Records

"Blue Moon"
Performed by Sam Cooke
Courtesy of RCA

"Moondance"
Performed by Van Morrison
Courtesy of Warner Bros.Records

"Bad Moon Rising"
Performed by Creedence Clearwater Revival
Courtesy of Fantasy Records

"Blue Moon"
Performed by The Marcels
Courtesy of Emus Records

Da Imdb

In occasione della Collector's Edition per il ventesimo anniversario, la Universal ha convertito l'originale traccia mono in un sontuoso Dolby Digital 5.1 DTS Sound, rimpiazzando i vecchi effetti sonori e aggiungendone di nuovi, specialmente durante le scene iniziali nella brughiera, con tuoni e ululati ora udibili sui canali audio. Sul secondo Dvd della Special Edition, per un difetto del master, pare non compaia la scena in cui David tenta di tagliarsi le vene con un coltellino dopo aver parlato al telefono con la sorella.

Fine. Come noto ad inizio anni ottanta un'ondata di film sui licantropi invase i cinema americani. Si pensi al già citato "L'Ululato" di Joe Dante, al misconosciuto e bellissimo "Wolfen" del regista di "Woodstock" Michael Wadleigh, all'assurdo "Full Moon High" di quel grande procacciatore di pellicola di Larry "It's Alive" Cohen, senza contare, appunto, il magnifico film di Landis. Consigliatissimo, ma che ve lo dico a fare. Prodotto da George Folsey Jr., Jon Peters e Peter Guber. Montaggio di Malcolm Cambell, fotografia di Robert Paynter e grande score del Maestro Elmer Bernstein. Con David Naughton, Griffin Dunne, Jenny Agutter, John Woodvine, David Schoefield, Brian Glover, Lila Kaye, Frank Oz.

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